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mercoledì, 15 novembre, 2006

Telecom
Ebbene sì, Tronchetti ha deciso infine di svalutare le azioni Telecom, possedute da Pirelli tramite Olimpia, che erano ancora iscritte a bilancio al prezzo irresistibile di 4 euro. Ma in tale operazione il Tronchetti compie un miracolo...le "sue" azioni Telecom non vengono svalutate a 2 euro come da prezzo di borsa (prezzo che ne rispecchia il valore per tutti gli altri azionisti), ma a 3 euro perchè le sue sono più belle!!! Ahahah
Tutto per non "pesare troppo" sulla situazione finanziaria di Pirelli che non è poi eccezionale anche se il management assicura il contrario...una svalutazione al prezzo di mercato avrebbe avuto ripercussioni drammatiche, ma del resto non si poteva continuare a far finta di nulla e mantenere a bilancio azioni Telecom a 4 euro...si è scelta la via "soft"...ed i quotidiani hanno reagito come "dovuto" pubblicizzando l'operazione senza evidenziare, in rispetto del Tronchetto, la persistente difformità tra corso del titolo e suo valore iscritto nel bilancio Pirelli.
A voi l'arduo giudizio.

martedì, 17 ottobre, 2006

Muhammed Yunus
Muhammad Yunus ha fondato in Bangladesh, nel 1976, la Grameen Bank.
Grameen è una banca rurale (grameen in bengalese significa contadino) che concede prestiti e supporto organizzativo ai più poveri, altrimenti esclusi dal sistema di credito tradizionale. Fino a oggi la banca ha concesso prestiti a più di 2 milioni di persone, il 94 per cento delle quali donne. Grameen ha attualmente 1.048 filiali ed è presente in 35.000 villaggi e in diverse città nel mondo. Grameen non solo presta denaro ai poveri ma è posseduta da questa stessa gente, che nel tempo è diventata azionista della banca. Fondata in Bangladesh , Grameen , è ora un modello anche per la Banca Mondiale.
Amina Ammajan era una mendicante del Bangladesh, vale a dire una delle persone più povere della terra. Vedova e madre di due figlie, era sul punto di morire nel 1976, quando la casa le crollò letteralmente sulla testa. Oggi sua figlia possiede la casa, un pezzettino di terra e del bestiame. Non è ricca, ma vive dignitosamente. La sua vita, come quella di milioni di altre persone, soprattutto donne, è cambiata completamente da quando ha incontrato Grameen, la banca del Bangladesh che teorizza e mette in pratica il credito ai derelitti: pochi soldi, dati a fronte di un progetto minimo e senza nessuna richiesta di garanzia. Ma con percentuali di restituzione che fanno invidia alle più solide banche tradizionali. E' una storia a dir poco sorprendente quella raccontata dal libro di Muhammad Yunus, Il banchiere dei poveri appena uscito per Feltrinelli (£ 35.000, 268 pp.). Tutto comincia quando Yunus, un docente universitario di economia del Bengala laureatosi negli Stati Uniti, si mette in testa di cercare nuove strade per combattere la miseria disperata delle zone rurali del suo paese. Fin dalle prime incursioni sul campo, durante la terribile carestia del 1974, Yunus si rende conto che c'è una grande quantità di uomini e donne a cui non mancano né buona volontà né una forte capacità lavorativa, il cui destino è tuttavia senza speranza perché privi di uno strumento essenziale: un capitale, anche piccolissimo, con cui iniziare qualunque attività.
Così, in spregio a tutte le regole del mondo bancario di ogni tempo e latitudine, Yunus riesce a convincere una banca della sua regione ad aprire una linea di crediti minuscoli (i più alti superavano a malapena i venti dollari), riservati quasi esclusivamente alle donne, senza alcuna richiesta di garanzia e senza neppure la necessità di riempire un modulo (del resto, a che sarebbe servito? La maggior parte dei clienti era analfabeta). Il risultato è stato entusiasmante. Gli ultimi della terra a cui Grameen (che significa "rurale") concedeva un'opportunità, non solo mettevano in piedi attività redditizie della più diversa natura (dalla vendita di focacce alla fabbricazione di sgabelli in bambù, alla coltivazione di riso) che consentivano loro di sfuggire alla miseria e agli usurai, ma rimborsavano puntualmente i prestiti. Molto più di quanto facessero i clienti "normali" delle banche tradizionali.
Il motivo di questo comportamento è estremamente semplice secondo Yunus, che provò a spiegarlo così ad uno sbalordito direttore di banca, quando espose per la prima volta il suo progetto: "I più poveri dei poveri lavorano dodici ore al giorno; per guadagnarsi da mangiare devono vendere i loro prodotti. Non c'è ragione perché non vi rimborsino, soprattutto se vogliono avere un altro prestito che consenta loro di resistere un giorno di più. E'la miglior garanzia che possiate mai avere: la loro vita!".
Insomma proprio la disperazione e la mancanza di alternative farebbero di un povero un creditore affidabile, assai più di un creditore comune. "Chi sta bene, argomenta il professore, non teme la legge e sa come manipolarla a proprio vantaggio". Il ragionamento è meno paradossale di quello che sembra se è vero, come spiega lo stesso Yunus, che nel suo paese ci sono banche la cui percentuale di recupero dei crediti non supera il 10 per cento e che la moratoria dei prestiti non rimborsati diventa regolarmente il più sicuro dei cavalli di battaglia in ogni campagna elettorale.
E' facile immaginare quante resistenza abbia incontrato in una società tradizionalista come quella del Bangladesh questa iniziativa, che presupponeva, tra l'altro, l'emancipazione delle donne. Anzi, questo forse è l'aspetto più incredibile di tutta la storia. La filosofia del microcredito, infatti, imponeva di andare a cercare proprio gli ultimi, quelli che non avevano più speranza. E nella società del Bangladesh, così come in molti altri paesi asiatici o africani, non c'è nessuno che stia peggio di una vedova o di una donna abbandonata o semplicemente maltrattata dal marito. Ragion per cui, Yunus e i suoi sono andati in lungo e in largo per il Bangladesh, un paese musulmano molto tradizionalista in cui la separazione fra i sessi nella vita sociale è rigidamente osservata, cercando di convincere giovani donne terrorizzate ad accettare un prestito che avrebbero dovuto rimborsare a piccole rate ogni settimana. Inutile dire che le autorità religiose di ogni villaggio hanno cercato in tutti i modi di scoraggiare sia la banca che le sue possibili clienti. Eppure alla fine sono riusciti a spuntarla.
Oggi Grameen non solo è una banca indipendente importantissima nel Bangladesh, ma ha messo filiali in giro per il mondo, perfino nei paesi più ricchi. Il microcredito è praticato in cinquantasette nazioni, fra cui anche gli Stati Uniti, dove ne usufruiscono i poveri dei ghetti di Chicago. Come è stata possibile una crescita tanto spettacolare? Con una serie di regole ferree che hanno consentito ai suoi fautori di superare ogni volta difficoltà apparentemente insormontabili. Anzitutto la richiesta ai poveri di radunarsi in gruppetti di cinque persone al momento di ottenere un prestito, assumendo ciascuno la responsabilità anche per gli altri, per rafforzare l?impegno a rimborsare la sua somma. In secondo luogo, il meccanismo di rimborso. Anziché attendere tutto il rimborso dopo una lunga scadenza, Grameen chiede ai suoi clienti di restituire il denaro in piccolissime rate ogni settimana. "Il denaro - spiega ancora Yunus - è una sostanza adesiva, si attacca al suo possessore. Se il rimborso deve avvenire dopo sei mesi o un ano dalla concessione del prestito, anche se il debitore avrà in tasca il denaro proverà inevitabilmente un certo dispiacere a staccarsene. Il segreto consiste nelle brevi scadenze".
A queste regole nel rapporto con la banca se ne aggiungono altre che riguardano l'esistenza personale dei clienti (dall'istruzione dei figli alla pulizia delle case, fino agli esercizi ginnici negli incontri) e che fanno somigliare Grameen a un programma di vita più che a un'istituzione di credito. E questo è certamente l'aspetto meno attraente di tutta la sua vicenda. Yunus e i suoi si comportano, da questo punto di vista, come se la povertà richiedesse una riorganizzazione ex novo dell'esistenza delle persone, quasi che i poveri fossero bambini da prendere per mano. Tuttavia, di fronte alla tenacia e al coraggio del progetto del microcredito e soprattutto ai suoi risultati nella lotta alla povertà, una diffidenza del genere sarebbe forse un lusso che nessuno, fra i poveri della terra, capirebbe.

lunedì, 16 ottobre, 2006

Banca Popolare Italiana
Ed ecco un nuovo tassello che si aggiunge al risiko bancario che negli ultimi mesi ha già portato, per la seconda volta, due importanti istituti a nozze. Questa volta è il turno di Banca Popolare Italiana (ex Lodi) che, una volta superati i problemi del dopo - Fiorani, convola a nozze con la Popolare di Verona e Novara.
Al termine di un cda fiume durato quasi dodici ore, riunito sotto la presidenza di Dino Giarda, l'offerta della banca veneta che aveva un'offerta superiore al 20% è stata preferita a quella dell'altra pretendente, la Banca Popolare dell'Emilia Romagna.
Standard & Poor's ha posto i rating della Banca Popolare Verona Novara sotto osservazione con implicazioni negative dopo l'annuncio di fusione con Bpi. Per quest'ultima l'agenzia Usa ha posto i rating in creditwach positivo. Secondo S&P, l'operazione «ha un'effettiva logica strategica», dal momento che la nuova entità avrà un buon posizionamento in Nord Italia. Tuttavia la fusione «inizialmente aumenterà il profilo di rischio della Bpvn e indebolirà la sua performance finanziaria, data la sostanziale minore redditività e qualità degli asset della Bpi».
La banca nascente dalla fusione sarà la prima banca popolare italiana per dimensioni e capitalizzazione di Borsa e si porrà a capo di un gruppo bancario al terzo posto in Italia per sportelli e quarto per capitalizzazione in borsa (15,5 miliardi di euro escluse le sinergie), con oltre 2,4 milioni di clienti.
Agli attuali azionisti Bpi verrà distribuito un dividendo straordinario di massimi 1,5 miliardi, pari a oltre 2 euro per azione. Il rapporto di cambio è stato fissato in 0,43 azioni ordinarie della nuova holding bancaria per ogni azione Bpi e una azione della nuova holding per ogni azione Bpvn. La valorizzazione implicita dell'azione Bpi risulta di 12 euro sulla base del prezzo Bpvn di 22,81 euro dello scorso 13 ottobre.
Una nota, con la comunicazione ufficiale sulla decisione presa dal cda in vista dell'aggregazione, sarà diffusa a mercati chiusi ma, da quanto si apprende la decisione è stata presa a «larghissima maggioranza». Si è così spaccato il fronte lodigiano che, fino alla vigilia, appariva compatto nel preferire l'offerta della Popolare Emilia Romagna. Arrivati al voto infatti su 16 consiglieri 14 hanno votato a favore, due contrari.
Una larghissima maggioranza che consente di guardare con relativa tranquillità all'assemblea che entro l'anno verrà convocata per dare il via libera all'aggregazione. Ogni azionista un voto: con il cosiddetto voto capitario che distingue le popolari dagli altri istituti, l'assemblea non è solo un passo formale ma l'ampia maggioranza in consiglio dovrebbe evitare brutte sorprese nell'assemblea. Prima di quest'appuntamento però, la prossima settimana, il 24 o il 26, è in agenda la riunione delle diverse sigle sindacali, mentre l'associazione piccoli azionisti della Bpi ha già espresso la sua preferenza «per un modello federativo» aperto anche ad altre realtà. Come requisiti all'aggregazione l'associazione aveva indicato «la conservazione dell'autonomia della Bpi e la tutela del territorio dove è presente», oltre alla tutela dei livelli occupazionali».
L'integrazione tra i due gruppi bancari avverrà mediante la fusione tra le due banche capogruppo e la costituzione di una nuova holding bancaria quotata avente forma popolare. Secondo la nota diffusa da Lodi, «la complementarietà geografica e le reti distributive «a maglia fitta» consentiranno un marcato presidio del territorio, con rilevanti sinergie di ricavo e sviluppo della capacità di offerta dei servizi, facendo levaanche sull'eccellenza delle fabbriche prodotto».
ll nuovo gruppo bancario sulla base dei dati al 30 giugno 2006, avrà 2.183 sportelli (con quote del 9% in Lombardia, Veneto e Piemonte, di oltre il 12% in Toscana, del 7,3% in Emilia e del 13,7% in Liguria), un totale attivo di 111 mld di euro, impieghi a clientela per 72 mld di euro (quinta in Italia), raccolta diretta di 73 mld di euro (quintanel Paese), risparmio gestito di 48 mld di euro (quarta), volumi erogati di credito al consumo (includendo società collegate) per 1,8 mld di euro(quarta in Italia). Le sofferenze nette si attesteranno all'1,14% degli impieghi. In tutti questi indicatori il gruppo sarà primo tra le Banche Popolari. Il grado di patrimonializzazione (6% capitale primario e 9% capitale a fini di vigilanza) sarà «del tutto adeguato», in particolare considerando il frazionamento del rischio che deriva dalla netta prevalenza di clientela retail e piccole imprese nel nuovo Gruppo. Entrambi i piani strategici prevedono il rafforzamento del radicamento territoriale, la massimizzazione della soddisfazione della clientela e l'ottimizzazione del cost income ratio. I modelli di rete e la segmentazione della clientela sono similari.
Le sinergie lorde previste a regime (2010) sono pari a 500 milioni di euro annui. Si prevedono minori costi per 220 milioni di euro (in primo luogo grazie alle economie di scala nell'informatica, nel back office e negli «acquisti») e 280 milioni di sinergie di ricavo (grazie all'internalizzazione di ricavi oggi dispersi al di fuori del gruppo e da riallineamento della produttività per addetto a livello della best practice). I costi one off ante imposte sono stimati in 300 mln di euro. La fusione, come precisa il documento diffuso al termine del Cda, prevede, in particolare, i seguenti «profili qualificanti»:
1. Prima della fusione, ma nel medesimo contesto, Bpi e Bpvn procederanno allo scorporo delle rispettive aziende bancarie in società interamente partecipate, che per effetto della fusione diverranno società controllate dalla capogruppo.

2. Il rapporto di cambio - fissato in n. 0,43 azioni della nuova Holding bancaria ogni azione della Bpi ed in n. 1 azione della nuova Holding bancaria ogni azione di Bpvn - sarà approvato dai consigli di amministrazione chiamati a redigere il progetto di fusione; è previsto che tali consigli di amministrazione si tengano entro la fine dell'anno corrente.

3. Bpi, prima del perfezionamento della fusione, delibererà la distribuzione di un dividendo straordinario pari a complessivi euro 1,5 mld (equivalente a più di 2 euro per azione) mediante imputazione alla riserva sovrapprezzo azioni.

4. La nuova Holding Bancaria avrà sede legale a Verona, mentre le sedi operative saranno stabilite a Lodi e a Verona.

5. Il Consiglio di sorveglianza sarà composto a regime da 20 membri di cui 3/4 di espressione Novara, 8 Lodi e 9/8 Verona».

Al Consiglio di sorveglianza spetterà, oltre ai compiti previsti dalla legge, l'approvazione dei piani industriali e delle principali operazioni straordinarie.

6. Il Consiglio di gestione sarà composto da 12 membri tutti scelti congiuntamente; 4 membri saranno non esecutivi e i restanti 8 saranno manager del nuovo Gruppo.

Bpvn ha indicato i nomi di Carlo Fratta Pasini quale presidente del Consiglio di sorveglianza e di Maurizio Comoli quale vice presidente; Bpi ha indicato i nomi di Dino Piero Giarda e Divo Gronchi tra i quali scegliere per le posizioni di vertice nei Consigli di sorveglianza e di gestione di spettanza di Bpi (vice presidente vicario del Consiglio di sorveglianza e presidente del Consiglio di gestione). Nel Consiglio di gestione verrà nominato quale amministratore delegato Fabio Innocenzi, attuale ad di Bpvn. Franco Baronio - attuale direttore generale di Bpi - e Massimo Minolfi - attuale dg di Bpvn - ricopriranno le cariche di direttori generali rispettivamente con competenze per le aree retail e corporate.
Il modello di amministrazione e controllo delle banche controllate sarà di tipo tradizionale. I consigli di amministrazione saranno composti da membri non esecutivi e da manager del nuovo Gruppo. I membri non esecutivi in rappresentanza dei territori saranno pari ad almeno due terzi dei Consiglieri. I passaggi dell'operazione per arrivare alla fusione saranno i seguenti: entro la fine dell’anno approvazione da parte dei Consigli di amministrazione del progetto di fusione; assemblee straordinarie per l'approvazione del progetto di fusione entro febbraio 2007; perfezionamento della fusione entro il primo semestre del 2007.

venerdì, 13 ottobre, 2006

Energia
Un giorno, alcuni mesi fa, non ricordo più come mai, mentre parlavo con mio padre mi disse che, quì a Rapallo, molti anni or sono esisteva una centrale per la produzione di "gas di città" tramite l'utilizzo dei rifiuti organici.
Prendendo spunto da tale considerazione mi sono domandato come fosse possibile che una produzione di quel tipo, economicamente valida anni fa, non lo fosse più al giorno d'oggi.
Ho così contattato un ingegnere dell'ENEA, l'ing. Angelo Moreno, che si occupa in particolare di celle a combustibile alimentate ad idrogeno, ma che era il referente per il bando: "Utilizzo di residui agro-alimentari in impianti intergrati di micro-generazione per la produzione di elettricità e calore".
Il bando era ormai scaduto, ma aveva già generato, tramite uno spin-off di un suo collega, un prototipo funzionante.
L'importanza delle fuel cells, mi ha spiegato l'ing., stà nella resa che è molto più elevata rispetto a quella di una turbina a gas e non ha tutta una serie di problemi tecnici che, invece, la turbina presenta in caso di sovra o sottoalimentazione.
L'idea, che l'ing. ha detto tecnologicamente fattibile, ed ipotizzo economicamente realizzabile, sarebbe quella di utilizzare la digestione anaerobica dei rifiuti organici urbani per produrre fertilizzanti ad alto rendimento (alto contenuto di azoto), idrogeno e metano. Ridurre quindi il metano (CH4) in carbonio ed idrogeno (tecnologicamente fattibile) ed utilizzare l'idrogeno per alimentare le fuel cells.
Che ne dite? Non è che siete ingegneri meccanici o amientali interessati a sviliuppare l'idea?

mercoledì, 04 ottobre, 2006

Finanziaria VS "Classe Media"
La finanziaria 2006/2007 colpisce la classe media come dice giustamente Berlusconi che della classe media fà parte a buon titolo, infatti secondo lui la classe media è quella che in dichiarazione dei redditi indica di perceepire oltre 75.000 euro l'anno, che hanno un SUV, il panfilo, ville sparse per il Paese, patrimoni multimilionari...POVERINI...eppoi sono tantissimi e scenderanno tutti in piazza!!! Sarebbe bellissimo vedere Geronzi, Berlusconi, Elkan, Agnelli, Benetton (tanto per citarne alcuni) in piazza a "scioperare" e manifestare per un tale carico fiscale! Potrebbero perfino essere costretti ad aspettare cinque giorni in più per comperare il panfilo nuovo! Povera "classe media". Ma se quella è la classe media allora i ricchi chi sono? E tutti gli altri sono poveri?